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Mario Schifano nasce a Homs, in Libia, nel 1934. Trasferitosi a Roma con la famiglia inizia a lavorare col padre archeologo e restauratore presso il museo etrusco di Valle Giulia e contemporaneamente inizia a dipingere. Dopo una personale nel 1959 alla Galleria Appia Antica di Roma con dipinti ancora legati all’informale materico, esordisce l’anno seguente con la mostra alla Salita di Roma, presentata da Pierre Restany: Cinque pittori romani: Angeli, Festa, Lo Savio, Schifano, Uncini, attirando l’attenzione della critica coi suoi primi «monocromi» i quali offrono l’idea di uno schermo che in seguito accoglierà numeri, lettere, segnali stradali, i marchi della Esso e della Coca Cola. Nel 1962 compie il primo viaggio negli Stati Uniti, dove viene attratto da artisti come Dine e Kline e dove conosce e frequenta Frank O’Hara, Jasper Johns, Rothko, Andy Warhol, Gregory Corso. Espone alla Sidney Janis Gallery di New York nella mostra The New Realists.

Dopo alcune personali allestite a Roma, Parigi e Milano, torna negli Stati Uniti. L’artista è alla ribalta della critica con riconoscimenti quali il Premio Lissone (1961), il premio Fiorino e La Nuova Figurazione (1963). Nel 1963 iniziano ad apparire nelle sue opere citazioni dalla storia dell’arte italiana e i primi Paesaggi anemici, che presenta alla Biennale di Venezia dove viene invitato nel 1964. Seguono i lavori dedicati al Futurismo. Risalgono a questo periodo i primi cortometraggi muti in bianco e nero.

Inizia la sua collaborazione in esclusiva con Giorgio Marconi che durerà fino alla fine del 1970. Partecipa a collettive internazionali al Carnegie Institute di Pittsburgh nel 1964, nel 1965 alle Biennali di San Marino e di San Paolo del Brasile e al National Museum of Modern Art di Tokio.

Tra il 1966 e il 1967 concepisce la serie Ossigeno Ossigeno,Tuttestelle, Oasi, Compagni Compagni. Nel 1967-1969 presenta allo Studio Marconi di Milano il lungometraggio Anna Carini vista in agosto dalle farfalle, seguirà la trilogia di film composta da Satellite, Umano non umano, Trapianto, consunzione e morte di Franco Brocani. Partecipa a una collettiva alla Galleria La Salita dove proietta fotogrammi sulla guerra del Vietnam. Ed è proprio l’interesse per la storia contemporanea e il suo impegno civile che lo porterà a una crisi ideologica e d’identità tale da dichiarare di voler abbandonare la pittura.

Nel 1970 insieme a Tonino Guerra, sceneggiatore di Carlo Ponti, e a Nancy Ruspoli si reca per l’ultima volta in America per effettuare i sopralluoghi del film Laboratorio umano, mai realizzato.

Tornato in Italia, spazientito dai tempi lunghi delle dinamiche cinematografiche, inizia la serie dei Paesaggi TV dove trasferisce su tela le immagini televisive con la tecnica dell’emulsione fotografica. Inizialmente sono le fotografie eseguite negli Stati Uniti a essere oggetto di rielaborazione, quindi un vastissimo numero di immagini riprese dagli schermi televisivi. Viaggia in Laos e in Thailandia, e successivamente in Africa.

Nell’elaborazione delle opere l’artista predilige l’uso di colori di produzione industriale per la loro capacità di conservare la brillantezza e di asciugare con rapidità, consentendogli di dipingere l’immagine nell’istante stesso della sua apparizione e di produrre una vasta quantità di opere in maniera seriale.

Nel 1971 espone alla mostra Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960-70, curata da Achille Bonito Oliva; sue personali si inaugurano a Roma, Parma, Torino e Napoli, nel 1973 partecipa alla X Quadriennale di Roma e a Contemporanea, sempre a cura di Achille Bonito Oliva.

Nel 1974 il Palazzo della Pilotta di Parma ospita la sua prima importante retrospettiva curata da Arturo Carlo Quintavalle.

Una crisi ideologica ed esistenziale lo costringe a periodi di isolamento nel suo studio dove realizza dei “d’après” reinterpretando Magritte, De Chirico, Boccioni, Cézanne, Picabia. Rifà le proprie opere degli anni sessanta nel ciclo Sintetico dall’Inventario.

Nel 1976 è presente alla mostra Europa/America, l’astrazione determinata 1960-76 allestita presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Bologna. Nel 1978 torna alla Biennale di Venezia con le serie Al mare e Quadri equestri, opere dipinte con estrema grazia e leggerezza, costituiscono l’esempio di una ritrovata freschezza creativa.

Partecipa su invito di Maurizio Calvesi ad Arte e critica 1980, al Palazzo delle Esposizioni di Roma, quindi, nel 1981, è presente all’esposizione Identité italienne presso il Centre Georges Pompidou di Parigi. Sono di quel periodo i cicli intitolati Architetture, Cosmesi, Biplani e Orti botanici.

Le sue opere compaiono nella rassegna del 1982 Avanguardia/Transavanguardia alle Mura Aureliane. Marco Meneguzzo cura una sua personale alla Loggia Lombardesca di Ravenna per la quale concepisce una sequenza di dipinti di grandi dimensioni tra cui Biciclette e Ballerini. Lo stesso anno viene invitato alla Biennale di Venezia.

Nel 1984 è nuovamente presente alla Biennale di Venezia, in contemporanea Alain Cueff presenta ai Piombi il ciclo Naturale sconosciuto dove emerge la sua particolare attenzione nei confronti della natura. Nascono così i Gigli d’acqua, i Campi di grano, le Onde, i quadri con la sabbia sui Deserti per la mostra in Giordania. Anche le tele donate a Gibellina dopo il terremoto scaturiscono da questo rinnovato entusiasmo creativo.

Nel 1985 a Firenze, in Piazza Santissima Annunziata, dipinge davanti a seimila persone La chimera, un’opera monumentale di quattro metri per dieci, inaugurando un ciclo di mostre dedicate agli Etruschi. Si sposa con Monica De Bei da cui ha il figlio Marco, la sua pittura si fa più densa e più ricca di suggestioni.

Nel 1988 la Galleria Adrien Maeght di Parigi inaugura la sua personale Le secret de la jeunesse éternelle: un Faust dionysiaque. Grande appassionato di ciclismo, è l’unico italiano che per ben due volte disegna la maglia gialla del Tour de France.

Nel 1989 è tra i protagonisti della rassegna Arte italiana del XX secolo, organizzata dalla Royal Academy di Londra. Sue personali sono allestite al Palais des Beaux-Arts di Bruxelles e al Padiglione d’Arte Contemporanea di Ferrara.

Nel 1990, dopo un decennio di pittura intensa, vibrante, sontuosa, dove ha prodotto molte tra le sue opere più emozionanti, inaugura la riapertura del Palazzo delle Esposizioni di Roma con Divulgare dalla “vulgata” di Dante, dedicata al linguaggio televisivo: una rassegna di opere di grande formato elaborate con le prime tecnologie digitali. Le immagini riprodotte uniscono alla dimensione dell’inconscio la realtà filtrata quotidianamente dalla televisione e rappresentano visioni della terra ripresa dai satelliti artificiali, le urgenze ambientali, la guerra, la questione mediorientale. Il suo impegno si estende realizzando delle opere a sostegno delle campagne di Greenpeace, Acnur e molte associazioni di volontariato.

Nel 1991 crea i bozzetti per la scenografia della Norma di Vincenzo Bellini per il Teatro Petruzzelli di Bari. La Biennale di Venezia del 1993, curata da Achille Bonito Oliva, gli offre una sala personale nella sezione Slittamenti.

Nel 1994 partecipa alla rassegna The Italian Metamorphosis, 1943-1968, organizzata al Solomon Guggenheim Museum di New York; nel 1996 espone in Spagna e in America Latina nella mostra intitolata Musa ausiliaria, dedicata alla televisione come inesauribile fonte di immagini.

Le opere di questi anni testimoniano il suo interesse per la scienza e per la tecnologia, la Stet gli commissiona l’immagine integrata della società. Schifano coglie immediatamente le possibilità di Internet che, con il suo accesso illimitato, è in grado di estendere in maniera incontenibile le possibilità espressive delle arti visive e la comunicazione. Durante uno dei viaggi in Brasile compie un happening nella favela di Rio de Janeiro, dipingendo di bianco una baracca come protesta alla disposizione del sindaco di dipingere di verde tutte le favelas per uniformarle e renderle invisibili. Nel 1997 partecipa a Minimalia che si tiene al Palazzo Querini Dubois di Venezia.

Muore a Roma il 26 gennaio 1998.

Mario Schifano

(Homs, 1934 - Roma, 1998)