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David Pompili

IL COMUNE SENSO DEL PUDORE

DAVID POMPILI

IL COMUNE SENSO DEL PUDORE

10 - 30 Giugno 2017

Mostra e catalogo a cura di

Stefano Masi

«Agli effetti della legge penale, si considerano osceni gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore», Codice Penale, Libro Secondo, Titolo IX, Capo II, art. 529.

A Pasolini, al film Salò. Le 120 giornate di Sodoma e alla censura è dedicata questa mostra-evento di David Pompili. Il particolare allestimento costituito da oltre sessanta opere, che può, a buon diritto, essere considerato una vera e propria installazione, è al medesimo tempo parte integrante e chiave di lettura della summa figurativa e concettuale cogitata e realizzata dall'artista.
Pompili s’impadronisce della riflessione pasoliniana sulla storia sull’uomo nella sua dimensione storica, la reinterpreta e la capovolge, "tradisce" Pasolini così come, nel suo film Salò Pasolini "tradisce" De Sade. Se Pasolini ribalta la spettacolarità sadiana della descrizione asettica, impersonale, distaccata del Male, della pornologia, per dirla con Deleuze, che maschera la pornografia che di fatto descrive, rendendo la violenza concreta, fisica, percepibile attraverso la mortificazione dei corpi; Pompili iconizza Salò e Pasolini, li sublima, e, ben lungi dall'idealizzarli e dal santificarli, li rende emblema, allegoria, e li impone allo spettatore quale riflesso ineluttabile di se stesso, attraverso un allestimento fagocitante, opprimente, saturo, fisicamente e psicologicamente inevitabile. Ecco che quella sorta di imbuto, che divora il visitatore sin dai suoi primi passi all'interno dell'esposizione, diviene una sorta di apparato digerente foderato di immagini - accattivanti come variopinte pubblicità commerciali eppure così perturbanti - a cui non può e non deve sottrarsi ("Matrix ti ha"). Intenzione che in qualche modo prolunga quelle del regista di Salò, per il quale il pubblico avrebbe dovuto provare l'orrore del rispecchiamento di fronte alla negazione di ogni forma di innocenza, poiché, nel film, tutti, vittime e carnefici, sono parte di un unico sistema. Il percorso avvolgente attraverso l'installazione di Pompili riproduce il bombardamento mediatico della società dei consumi, in cui non esiste più il privato, reso impraticabile dall'invadenza dei social (in fondo al "tunnel" c'è uno smartphone), onnipresente organismo di controllo perpetrato e perpetuato dai suoi stessi protagonisti, ad un tempo vittime e carnefici, eversori e delatori. La struttura pone il visitatore - metaforicamente, e non solo - davanti al senso di vertigine scaturito dall'instabile precarietà del giudizio, dall'erosione del senso (comune) della realtà, in cui vero e falso (le fake news o presunte tali) sono indistinguibili, in cui niente può necessariamente essere (e il più delle volte, infatti, non lo è) ciò che sembra; neppure la lingua, stuprata e deprivata del suo valore comunicativo (la neolingua di orwelliana memoria). E qui torna nuovamente la sadica e sadiana spettacolarizzazione della violenza elevata a parte integrante del sistema: esecuzioni capitali di fanatici riprese con cruda ma sapiente regia cinematografica, atti di terrorismo in luoghi simbolici del consumo riprodotti ad infinitum, orge e rituali blasfemi et cetera, et cetera.