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AL DI LA` DELLE STELLE

Mario Schifano: Monotipi e Multipli

29 Marzo - 29 Aprile 2018

Mostra e catalogo a cura di Stefano Masi

In occasione della mostra il 27 Aprile 2018 si svolgerà presso il Cinema La Compagnia di Firenze un evento dedicato al cinema di Mario Schifano.

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«Ho cercato di lavorare con immagini che tutti vedono o hanno visto, sviluppandole in modo da far emergere la loro essenza, le loro possibilità germinali e primarie»


Mario Schifano

A vent’annni dalla scomparsa di Mario Schifano, la Fornaciai Art Gallery sceglie il grande maestro italiano per inaugurare la prima delle mostre dedicate agli artisti moderni del suo nuovo corso espositivo. Si tratta della prima esposizione organizzata dopo il passaggio dal nome storico di Galleria Tornabuoni a quello attuale, adottato per rendere omaggio al fondatore, Piero Fornaciai, capostipite della dinastia familiare che vede adesso affiancati il figlio Fabio e il nipote Gregorio nella conduzione dello spazio espositivo fiorentino e nella condivisione di un comune percorso  intrapreso a partire dal 1956. La scelta di Mario Schifano è apparsa immediata, quasi istintiva, poiché artista internazionalmente noto che ben incarna la volontà di innovazione e la reinterpretazione del passato, quello proprio e quello storico. Aspetti, questi, che lo accomunano alla filosofia intrapresa dalla Fornaciai Art Gallery in continuità, ma anche in evoluzione, rispetto alla propria pluridecennale tradizione. La mostra propone una selezione di monotipi e di multipli che sintetizzano in maniera esemplare i temi caratterizzanti il percorso artistico di Mario Schifano attraverso i decenni della sua attività, dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Una sorta di summa antologica che, al di là delle Stelle, dei Cuori e delle Palme, getta uno sguardo sui Paesaggi anemici e sui Paesaggi TV, sul Futurismo rivisitato e sugli Incidenti, sulla commistione di tecniche e di espressioni artistiche (pittura, fotografia, cinema) affrontate da Schifano nell’arco della sua vita «splendida e turbolenta».

MARIO SCHIFANO
Senza titolo [Incidente]
1971-1972
Serigrafia su tela monotipo

cm 95 x 95
Collezione privata

MARIO SCHIFANO

Senza titolo [Smalto su carta]
1971-1972
Serigrafia su tela monotipo

cm 113 x 112
Collezione privata

Agli inizi degli anni Settanta, oltre alla riproducibilità tecnologica e al rapporto con l’immagine di consumo mediatico massificato, Schifano si misura con un’altra categoria della contemporaneità, intimamente connessa al concetto di riproducibilità, ovvero la serialità dell’immagine. «In quel periodo Mario, anche per pagarsi le spese crescenti,» - ricorda Marcello Gianvenuti - «intensificò la produzione seriale. […] Con il mio aiuto Mario ha realizzato […]  [esemplari] di Paesaggi anemici, di Palme, di Alberi e di Futurismi rivisitati. Era un lavoro seriale, veloce. Io preparavo le tele, le disegnavo insieme a lui, che subito interveniva con gli smalti e con il diluente per la nitro. L’effetto, grazie al diluente e alla carta di giornale, era che gli smalti si mescolavano tra loro e si scolorivano. Io pensavo solo alla preparazione iniziale, l’esecuzione e la firma erano sempre di Mario».
Al di là delle tecniche usate per la riproduzione seriale, siano esse pittoriche o serigrafiche, come nel caso delle opere qui presenti nella sezione Monotipi, vige, come per Andy Warhol, il concetto di “opera originale”, di “pezzo unico” (in questa accezione concettuale più che tecnica è da intendersi la parola “monotipo”) ripetuto ad infinitum nella sua unicità. Si tratti di fotogramma cinematografico, di fotografia o di diapositiva di una preesistente opera dell’autore stesso proiettata direttamente su tela o su telaio a riprodurre il tracciato del disegno originale, su cui poi vengono stesi gli strati cromatici a mano o con tecnica serigrafica, ciò che accomuna tutte queste immagini è che esse sono “immagini proiettate”. Esistono, cioè, solo in funzione della loro effimera, labile, momentanea esistenza, che lascia una traccia di sé unica ma “ripetibile”. L’opera, che sin dagli inizi del percorso artistico di Schifano, è eminentemente campo visivo, finestra, schermo, diapositiva diviene, nei lavori di questo periodo, “proiezione”. Proiezioni di immagini massmediatiche, cioè di presenze traslate dal reale, ma anche, proiezioni di ricordi, di rimembranze: citazioni di sé stesso e citazioni di citazioni. Ripetizioni di momenti unici, i ricordi, che però possono essere rievocati ad libitum, e che, pur nella loro iterazione, mantengono la propria unicità. Un paradosso, si direbbe, ma che ben descrive l’essenza della nostra paradossale dimensione contemporanea caratterizzata, freudianamente parlando, da una continua rimozione del passato e da un altrettanto continuo inesorabile riemergere del rimosso.
In questo rapporto col passato, Schifano conserva qualcosa della propria esperienza come archeologo a fianco del padre nei primi anni della giovinezza. Egli cataloga immagini del proprio vissuto contemporaneo salvando la loro preesistenza storica in una interazione dialettica in cui il presente modifica il passato, e viene, a sua volta, dal passato modificato. Ecco riemergere così dal proprio inventario personale tutti i temi che hanno percorso l’opera pittorica dell’artista nel decennio precedente: i Paesaggi anemici, gli Incidenti, gli Alberi, le Palme e le Stelle, i Futurismo rivisitato, i Malevic, i Compagni, gli “smalti su carta”, evocati, o meglio, rievocati dalla dicitura che Schifano appone in calce al paesaggio montano “riprodotto” nella serigrafia su tela, una scritta che afferma e che al tempo stesso, paradossalmente, nega, come ossimoro, una pregressa esistenza sotto altra forma. Così come per i Paesaggi anemici è per l’Incidente, opera mutuata a sua volta da una serie, cui non sono estranee reminiscenze warholiane, inaugurata con un primo disegno del 1962 e in seguito “riprodotta” in molteplici varianti (19).
«E viene il momento di chiedersi che cosa voglia dire, per lui, riproduzione, che cosa significhi assumere dal passato un elemento e riproporlo nel presente, anche quando questo elemento è il proprio passato. Il discorso ovvio, a livello sociologico, è che nel nostro sistema, nella nostra società del consumo, tutto è riproduzione, tutto è immagine di altra immagine. Anche gli omaggi ai maestri del novecento, non possono quindi, in tale ottica, che essere riproduzione, ripresa, analitico discorso e riproposizione di fatti che si conoscono soltanto attraverso un medium […]. La posizione dell’artista è quella di operare la riproduzione, non di analizzare il significato [degli artisti del passato], ma più semplicemente di chiarire al pubblico che essi sono mediati, trascritti, riprodotti dal medium. Una volta individuato questo aspetto l’artista stesso può collezionare le proprie immagini e può invitare il pubblico a considerarle come propria storia».
Di sicuro il riprodurre le proprie opere del passato in una chiave di rilettura del sé attraverso la reiterazione del soggetto in un certo numero di varianti cromatiche ha un evidente legame con il processo psicanalitico. Il più chiaro riferimento a tale processo in questa serie di monotipi è senza dubbio l’Albero - a sua volta reminiscenza della quercia düreriana - di cui è qui presente un esemplare di un giallo squillante su un abbagliante fondo bianco. « […] l’albero, senza terreno sotto, allude alla insicurezza ma anche, naturalmente, uscendo dagli schemi della psicologia “popular” e venendo a Jung, indica il “sé”, la personalità isolata dell’autore e il rapporto di mediatore dell’artista stesso tra cielo e terra, tra umano e “divino”; l’albero, la chioma, è un enorme schermo e come tale viene rappresentato […]». La scelta cromatica, in questo caso, rendendo estremamente difficile la percezione delle forme, richiama una difficoltà dell’esplorazione del sé suggerendo la precarietà e, per certi versi, l’illusorietà di una visione compiuta dell’Io, una problematicità nello spingere il proprio sguardo in profondità per “mettere a fuoco” la propria essenza nei suoi più contorti e articolati meandri, cui rimanda l’intricatissimo viluppo di foglie e di rami che costituiscono la chioma e le innumerevoli asperità del tronco, privo di radici, che la sorregge.
Reiterazione, coazione a ripetere della psiche che torna e ritorna inquietamente e inquietantemente sulle stesse immagini sono una costante della produzione artistica di Schifano sin dagli anni Sessanta. Un’ossessione per soggetti e temi che nel decennio successivo riemergono e si ri-serializzano grazie all’introduzione di nuove tecniche riproduttive dell’immagine. Persino nei titoli delle opere si possono rinvenire tracce di tale ossessività, laddove il soggetto è ribadito, sdoppiato: le serie degli alberi di Ossigeno Ossigeno e quella, ricchissima di varianti, di Compagni Compagni ne sono un palese esempio. Uno sdoppiamento che non si limita esclusivamente al titolo, ma che trova una sua ripercussione nella struttura spaziale delle opere stesse. Se con gli alberi smagriti e sottili, appena tratteggiati e interrotti da linee e squadre disposte trasversalmente dei dipinti e dei disegni di Ossigeno Ossigeno Schifano, di pari passo al frazionamento dello spazio prospettico in uno spazio onirico con una realtà, si direbbe oggi “aumentata” e moltiplicata,  inizia a scomporre il continuum dell’immagine dissociandola in maniera analitica, in opere come Vittoria sul sole per Kazimir Malewic, il processo di “sdoppiamento” va ben oltre la ripetizione del nome o dello spazio prospettico, ma si traduce nello sdoppiamento della tela a costituire un dittico (il dipinto di riferimento, del 1965, Chiamato K. Malewic era addirittura costituito da 7 pannelli), in cui alla tela raffigurante la sagoma “muta” tratta da una foto di Malevic, la cui identità è solo suggerita dalla scritta che le corre intorno, si sovrappone, sbordando, una seconda tela il cui soggetto, una forma pura rettangolare, si sviluppa, quasi come elemento architettonico, proseguendo dalla tela sottostante da cui “sorge”, originandosi immediatamente al di sopra della testa del pittore russo.

MARIO SCHIFANO
Futurismo rivisitato a colori
1971-1972
Serigrafia su carta

cm 90 x 142
Collezione privata

MARIO SCHIFANO
Senza titolo [Bank of America]

1970

Aniline su tela emulsionata

cm 44 x 54

Collezione privata

«Che Malevic sia il modello della costruzione di Schifano lo si vede in una serie notevole di opere […] dal titolo Tutte stelle o Tutte le Stelle, che si accompagnano all’altra serie: Oasi. Nei due casi siamo dinanzi, naturalmente, non ad una rappresentazione naturalistica, ma, al contrario, simbolica e all’uso di un colore […] unito ad una stesura moto complessa e in sostanza articolata […] [in] forme appiattite, colori alla nitro, una struttura di immagine kitsch come le stelle dei “Baci Perugina”, quelle stelle che sono, naturalmente, la fuga, analogamente all’invocazione del titolo Ossigeno Ossigeno» (23).
L’ossessiva reiterazione del soggetto, scomposto e ricomposto variamente nella struttura e nei colori trova una delle sue massime espressioni proprio nella serie Compagni Compagni in cui Schifano impiega, in chiave ideologica - siamo del resto negli anni delle lotte operaie e della contestazione studentesca -, lo stesso processo di scomposizione e ricomposizione seriale utilizzato nel Futurismo rivisitato a colori. Se in quest’ultima serie il punto di partenza era una fotografia legata, come per Malevic, all’ambito artistico - in questo caso la celebre foto dei futuristi Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini a Parigi -, nel caso di Compagni Compagni la foto rimanda all’attualità, ai giornali e ai rotocalchi: al posto di un immagine del passato troviamo un’immagine contemporanea, anzi, un’immagine stereotipa mediata dagli organi di stampa. «Dopo la serie delle Palme Mario fotografò alcune immagini da una rivista tipo Potere Operaio o Lotta Continua.» - ricorda Marcello Gianvenuti - «Erano sagome di uomini con bandiere e il simbolo della falce e martello. Poi c’era una scritta che diceva: sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno alla società. Questo materiale diventò la fonte iconografica per una nuova serie di lavori chiamata Compagni Compagni che durò per diversi anni, fino al ’70». Nell’intera sequenza  di opere il rosso è il colore simbolico dominante, colore che ritroviamo anche nel monotipo, dove la scritta esplicita il titolo reiterato della serie. L’aspetto qui è quello di un bozzetto di grandi dimensioni con le figure degli operai, appena tratteggiate, campite su un fondo rosso come se fossero dei negativi in ciano, mentre al di sopra di essi si irradiano tasselli di colore blu, come prove di un’ipotetica stampa pittorica. «Insomma Schifano monta la propria pittura come se il proprio fosse un laboratorio di stamperia. Schifano mima cioè, polemicamente, i procedimenti stessi dell’immagine di massa».
A un periodo successivo ci rimanda la selezione di serigrafie materiche presentata nella sezione Multipli. Già a metà degli anni Settanta, ma soprattutto negli anni Ottanta, Schifano abbandona progressivamente la sua riflessione estetica sull’immagine fotografica e sulla riproducibilità per tornare progressivamente ad una ricerca sull’utilizzo del colore. «È questo il caso della sequenza delle “Oasi” del 1974 che riprende, trasformandole, opere attorno al 1967 dai titoli Tuttestelle oppure Palme e stelle e altri simili. […] Nei quadri di tema analogo datati attorno al 1974, la scelta è ancora l’uso della sagoma o di un epidascopio che proietta il profilo della palma sul supporto, ma la stesura pittorica improvvisamente si frange, si scompone e i colori vanno adesso dal rosa al giallo caldo, al verde, al violaceo; la differenza della scrittura riconduce a un passato lontano, quello delle origini di Schifano, quelle che si legano da una parte all’Informale europeo e dall’altra all’Espressionismo Astratto statunitense, diciamo da Kline a De Kooning». A queste si aggiungono anche, soprattutto a partire dal decennio successivo, altre suggestioni provenienti sia dal postespressionismo tedesco (Baselitz, Kiefer, Lupertz, Immendorf) sia, in maniera maggiore, dalla Transavanguardia e da artisti come Basquiat e Haring. Questo dialogo con i massimi referenti della pittura contemporanea internazionale si unisce e si fonde con la peculiare propensione di Schifano a interagire col proprio bagaglio di immagini, di ricordi, di esperienze del proprio vissuto affettivo e a rielaborare il tutto in una chiave estremamente personale. Ciò lo porta a riformulare nuovamente temi pittorici già precedentemente affrontati in altra chiave tenendo conto di una mutata sensibilità che lo conduce, ad esempio, a riscoprire la dimensione naturale e quella infantile, segno di una genuinità che egli identificava con quella dell’arte, una dimensione innocente e incantata cui non è estranea la nascita del figlio Marco, nel 1985. Ne sono un chiaro esempio i numerosi cicli di paesaggi, riproposti in alcune serie di serigrafie materiche a smalto dei primi anni Novanta, in cui la natura viene candidamente e gioiosamente, talora quasi oniricamente, riscoperta nelle sue molteplici forme: ora con rocce o con monti di un verde denso che incombono sotto cieli di un blu profondo solcati da scie di un sontuoso verde smeraldo, ora nella riproposizione in chiave infantile di paesaggi con alberi e strutture astratte semplificate e immediatamente riconoscibili che riecheggiano i vecchi Paesaggi anemici; oppure in cicli come quello dei Campi di grano o Campi di pane cui non è estranea una fascinazione per i gialli, i rossi, i verdi, i bruni e gli azzurri violenti e appassionati dell’ultimo Van Gogh. «Dipingere per Schifano diventa una tensione continua che cambia completamente i modi di scrittura precedenti; usare i colori densi, spessi […] vuol dire accettare una dimensione della profondità e una scansione della materia che prima non esistevano e vuole dire anche lasciare da parte quella critica della società  del consumo, quel dialogo coi media, dalla TV al manifesto, che aveva caratterizzato i precedenti vent’anni della sua arte».

Stefano Masi

MARIO SCHIFANO
Senza titolo [Paesaggio]
Primi anni Novanta
Serigrafia materica a smalto su carta
cm 100 x 70
Esemplare n. 48/100 in basso a sinistra
Collezione privata

Alcune immagini del vernissage della mostra

presso la Fornaciai Art Gallery.

Copertina del catalogo della mostra

a cura di Stefano Masi.

Disponibile in galleria e sul nostro sito.